In questo periodo ho bisogno di cose belle ed esemplari. Di gente CAPACE. Di costruire. Perchè a distruggere e distruggersi ci vuole un soffio.
Questa è la storia di Annalisa, incrociata su Twitter, poi conosciuta e approfondita. È la storia sua e di superbimbo. Per una volta amo i soprannomi. Super-bimbo. Già.
Annalisa inaugura una nuova sezione del blog: “Le storie“. Qui raccoglierò le belle storie. Solo quelle. Di madri e padri che ce l’hanno fatta. Ad uscire dai tunnel di dolore, fatica e sofferenza in cui ti getta l’imponderabile, senza bussare. Storie di costruzione e ricostruzione, professionale (come è stato per Virginia), umana, spirituale.
Pezzi di vita che si ricompongono, a formare nuovi disegni. Ostacoli che diventano trampolini per rilanciare progetti, occuparsi degli altri o anche, solo, per donare a se stessi un po’ di felicità.
Trasformare la sofferenza in costruzione, non rannicchiarsi, chiudersi, non odiare. Non sentirsi feriti dalla vita. nonostante se ne avrebbe il diritto. Trasformare i percorsi tortuosi in OPPORTUNITÀ. Non incattivirsi, non invidiare, ma imparare la gratitudine, quella pratica laica, di riconoscenza e consapevolezza che abbiamo il dovere di trasmettere ai nostri figli.
Mio figlio ha affrontato il trapianto di fegato all’età di sei mesi. Uno tra i tanti, uno tra i più fortunati. Dal ricovero d’urgenza al rilascio, poco più di quattro mesi. Scelgo le parole con cura: rilascio, sì, non congedo, perché l’ospedalizzazione è ingiusta privazione di libertà. Se poi sei con un bambino assume un peso specifico insopportabile.
Per noi una breve parentesi di quattro mesi. Ci penso spesso. A me sono sembrati quattro anni. Giornate scandite dai terribili ritmi del prelievo di sangue quotidiano, dalla somministrazione di decine di siringhe di sciroppi distribuite durante la giornata: quello dal vago sentore di anice, quello più vicino alla menta. L’altro che dovrebbe essere al gusto di arancia. Li ho assaggiati tutti, per sapere cosa dovesse ingurgitare quel bambino, costantemente nauseato. Pochi centimetri di vita imbrigliata in un numero impressionante di sonde e canule dalle funzioni più disparate. Passi la giornata a sperare che si addormenti tranquillo, per poter almeno andare a lavarti la faccia, a fare la pipì, perché non ti vuoi muovere, hai il terrore che giocando si strappi dal collo l’accesso venoso da cui partono le linee verso le pompe. Impari anche a riconoscere i vari allarmi. Suonano di continuo in ogni stanza.
Ma noi siamo stati fortunati. Lui aveva un’età in cui, probabilmente, era convinto che quella fosse la vita normale. Sentire bambini più grandi spaventati verbalizzare la loro richiesta di aiuto era straziante.
E i bimbi dializzati? Ecco, quegli aghi infernali e tutte quelle ore di trattamento… Pensavo a come dovesse essere per i loro genitori l‘attesa al trapianto.
Perché noi siamo stati veramente fortunati. Il fegato è un organo magico: ne basta una porzione e ricresce, si adatta. Un rene, un cuore, no. Quelli servono interi e delle dimensioni giuste. E possono passare anni. E come reggi una vita così? Come porti avanti l’esistenza con le occupazioni più normali, più ordinarie?
Ecco, l’ospedale è tutto questo. Anche questo.
Sono ore che si susseguono quasi in solitudine, se non fosse per le infermiere, qualche volontario, qualche mamma che ogni tanto si affaccia dalla camera. Ma quando sei in isolamento pure questo è sconsigliabile. E c’è l’odiata TV, che in quei giorni diventa invece preziosa alleata nel tenerti saldamente ancorato alla realtà, perché a volte ti dissoci dal tuo corpo e ti chiedi che stia succedendo… È prolungata mancanza di sonno.
Quattro mesi, due città, tre ospedali, tanti reparti diversi. Microcosmi di umanità con cui interagire, parole nuove da comprendere, ondate di sentimenti da razionalizzare e reggere. Pesi che non si distribuiscono equamente: quando stai in ospedale pensi a tuo figlio, di poco più di due anni, a casa; quando stai a casa, pensi al tuo piccolo in ospedale. Mai che si stia con la mente là dove ci si trovi.
Poi tutto finisce. Tutto torna a scorrere, a fluire.
E quando questo accade, senti dentro una forza travolgente. Difficile da spiegare, ma ti trovi ad aver voglia di costruire per restituire parte del bene che hai ricevuto. Ti accorgi di cose che prima ignoravi, decidi di fare mentre prima rimandavi, scendi in campo eppure fino a qualche tempo prima ti pareva impensabile.
Racconti, conosci, interagisci. Finché ti imbatti in una persona che condivide un’idea, un’abbozzo di idea: correre per i bambini, per regalare un sorriso alla loro vita.
Con Alessandro è andata così: un brain-storming continuo, un lasciarsi guidare dal cuore verso una destinazione per nulla chiara. Ore in chat a capire che forma dare a quell’ammasso di idee pulsanti ma confuse. E a giugno 2012 il primo sito di ForKidsForLife andava online e i primi Ambasciatori cominciavano a scendere in strada. In 6 mesi abbiamo compiuto tanti piccoli passi, minisuccessi. Stiamo crescendo, diventando sempre più Squadra, perché a bordo stanno salendo tanti Amici con le loro peculiarità: chi corre, chi sensibilizza, chi regala i propri skills. Ognuno a modo suo, come ha voglia e può.
Un unico messaggio: migliorare la vita di qualche bambino in difficoltà, più o meno temporanea.
Ma tante attività che vanno dalla sensibilizzazione attraverso il mondo digitale alla raccolta di soldini sonanti in piazza. E vuoi che Alessandro conosca Giorgio e Davide, che Debora conosca Franco, che insieme si coinvolga Pietro, per poi accogliere Fernando e tornare attraverso Simone verso un altro Giorgio, E poi Gabriele, Donato, Marco, Valeria, Mirella, Angela, Laura, la podistica di Sassari, Paolo, Matteo…
Insomma, il nero si è trasformato in smarties colorati e in una specie di festa itinerante.
L’ho già detto che siamo stati fortunati? E lo siamo ancora.
Annalisa Gennaro
http://civuolefegato.wordpress.com/
Chissà: riusciremo a incrociare #runningformommies con #forkidsforlife? Io credo di sì. 😉
bellissimo questo post.
solo un commento: direi che alla Milano City Marathon ce l’abbiamo fatta ad incrociare runningformommies e forkidsforlife 😀
abbracci
elisa
Ho letto tutto d’un fiato.
Come tutto d’un fiato corsi anch’io in ospedale d’urgenza per Alessandro che, a un mese e mezzo, era entrato in apnea, dalla quale non riuscivo a strapparlo.
Ho letto tutto d’un fiato come quando mi dissero che avrei dovuto subire due trapianti per non diventare completamente cieca.
Momenti per me terribili. Ma leggendo il tuo racconto, nulla a confronto.
Ti ammiro per quello che stai facendo. A te che la tua battaglia l’hai già vinta, a te che decidi di scendere nuovamente in campo per lottare a fianco di tutte le famiglie che ancora non possono cantar vittoria, a Te dico grazie. Mi fai venire voglia di essere una persona migliore.
senza fiato.
grazie per il corraggio e la speranza.
Ancora non corro, ma vi seguirò.
grazie a Silvia, come sempre, che hai condiviso.
Mi emozionate, mi fate sperare. Mi fate bene.
:blush:
La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi. [Einstein]
“Aver voglia di costruire per restituire parte del bene che hai ricevuto. Ti accorgi di cose che prima ignoravi, decidi di fare mentre prima rimandavi, scendi in campo eppure fino a qualche tempo prima ti pareva impensabile”. La sensazione di voler restituire il bene che si è ricevuto, voler donare ad altri sotto altra forma la grazia di cui di gode, è un inno alla vita e un grido di gratitudine. Questa parte del blog è bellissima e il restituire è il motore che ha fatto nascere anche il mio blog, anche se in altro modo.
Grazie
Raffaella